Dallo sguardo condiviso al sentirsi parte: la musica come specchio di sé.
Quando lo sguardo dice “ci sono”
In ogni percorso musicale che conduco, c’è un momento speciale in cui il suono sembra quasi passare in secondo piano. È il momento in cui due sguardi si incontrano: quello di chi sta suonando e quello di chi ascolta, risponde, riconosce.
Questo accade con i bambini molto piccoli — un neonato che cerca il volto del genitore mentre ascolta un tamburello; un bimbo di due anni che aspetta un cenno prima di battere le mani — ma anche con adolescenti e adulti. Un ragazzo di quattordici anni, durante un laboratorio di percussioni, può lanciare un’occhiata complice al compagno con cui sta improvvisando. Una donna adulta, in un cerchio di canti, può sentirsi finalmente “vista” in una dimensione non giudicante, solo condivisa.
Questi momenti hanno un potere enorme: sono istanti di riconoscimento reciproco. E la musica, con la sua capacità di catturare attenzione e creare un contesto sicuro, li facilita e li amplifica.
La consapevolezza di sé: una competenza da allenare
Nell’ambito del Social Emotional Learning (SEL), la consapevolezza di sé è definita come la capacità di riconoscere le proprie emozioni, pensieri e valori e capire come influenzano il comportamento (Collaborative for Academic, Social, and Emotional Learning – CASEL, 2020). È una competenza fondamentale per il benessere emotivo e la crescita personale a tutte le età.
La musica è un contesto privilegiato per allenarla perché:
- Richiede attenzione al corpo (respirazione, postura, movimento).
- Coinvolge l’ascolto attivo e la memoria emotiva.
- Crea spazi in cui espressione e riconoscimento avvengono in tempo reale.
Daniel Stern, psichiatra e psicoanalista, ha descritto nel suo lavoro la “sintonizzazione affettiva” come la capacità dell’adulto di rispecchiare lo stato emotivo del bambino, non imitando, ma traducendo in un’altra modalità espressiva (Stern, The Interpersonal World of the Infant, 1985). In musica, questa traduzione avviene naturalmente: un sorriso accompagnato da un piccolo cambio di ritmo, un accento sonoro che segue un gesto del partecipante, una pausa che lascia spazio alla risposta dell’altro.
Il “sentirsi visti” nella pratica musicale
Quando un bambino o un adulto si sente visto, il cervello rilascia neurotrasmettitori come ossitocina e dopamina, legati al piacere, alla fiducia e alla motivazione (Porges, The Polyvagal Theory, 2011). Questo stato di sicurezza facilita l’apprendimento, sia musicale che trasversale.
Esempi concreti:
- Per i più piccoli (0–5 anni): giochi di eco sonoro e filastrocche cantate guardandosi negli occhi aiutano a stabilire la pulsazione interna e l’intonazione di base, mentre rinforzano il legame emotivo con l’adulto presente.
- Per bambini e adolescenti (8–16 anni): improvvisazioni guidate in coppia, in cui un partecipante “propone” un ritmo e l’altro lo trasforma, sviluppano consapevolezza di sé e dell’altro, oltre a competenze di ascolto e adattamento.
- Per adulti: contesti come i canti in cerchio o il drum circle permettono di esprimere aspetti della propria identità spesso messi da parte nella vita quotidiana, sperimentando un riconoscimento non mediato da parole o giudizi.
Funzioni esecutive e competenze musicali: un legame stretto
Secondo Adele Diamond, una delle massime esperte di neuroscienze dello sviluppo, le funzioni esecutive (memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva) sono essenziali per l’apprendimento e si possono allenare attraverso attività strutturate e motivanti (Perspectives on Psychological Science, 2013).
In musica:
- La memoria di lavoro entra in gioco quando ricordiamo una sequenza ritmica mentre ci prepariamo a riprodurla.
- Il controllo inibitorio è necessario per aspettare il proprio turno o modulare il volume.
- La flessibilità cognitiva ci permette di adattare il nostro suono a quello degli altri o di passare da leader a follower in un’attività.
Il “sentirsi visti” è il collante emotivo che sostiene queste abilità cognitive: in un contesto relazionale positivo, siamo più propensi a impegnarci, a sperimentare e a migliorare.
Perché questo vale a tutte le età
Il bisogno di sentirsi riconosciuti non scompare con l’infanzia.
Per gli adolescenti, la musica è un canale privilegiato di espressione identitaria: suonare o cantare in gruppo offre appartenenza e legittimazione. Per gli adulti, può essere uno spazio di riscoperta di sé e di connessione autentica con altri.
In ogni fascia d’età, la pratica musicale offre:
- Un ambiente sicuro e non giudicante.
- Opportunità di espressione creativa.
- Momenti di riconoscimento reciproco.
- Allenamento di competenze emotive e cognitive trasferibili ad altri ambiti della vita.
Conclusione: il primo passo è esserci
Nei corsi che propongo — per famiglie, adolescenti e adulti — la musica è un mezzo, non un fine. È il contesto in cui creare legami, allenare la consapevolezza di sé e costruire un senso di appartenenza.
Il primo passo? Essere presenti, con mente, corpo e cuore, pronti a vedere e a lasciarsi vedere.
Bibliografia essenziale
- Collaborative for Academic, Social, and Emotional Learning (CASEL) (2020). SEL Framework.
- Stern, D. N. (1985). The Interpersonal World of the Infant. Basic Books.
- Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-Regulation. W. W. Norton & Company.
- Diamond, A. (2013). “Executive Functions”. Perspectives on Psychological Science, 4(3), 135–168.
